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Camusso: «Solo tagli e precarietà, così l’Italia non riparte»

Giudizio «positivo» sugli 80 euro in più in busta paga, purché diventi una misura strutturale e non un bonus una tantum. Più severa, invece, la valutazione sul decreto Poletti, un provvedimento «sbagliato» e che si contraddice con gli annunci dello stesso governo che, almeno a parole, intende promuovere un lavoro «stabile e di qualità». È una pagella farcita di luci e ombre quella che Susanna Camusso, segretario della Cgil, dà al governo targato Matteo Renzi.

Segretario Camusso, il Parlamento si appresta ad approvare il “famoso” decreto degli 80 euro in più in busta paga. Quella di Renzi è stata una mossa azzeccata?

«Il giudizio è positivo visto che si tratta di una restituzione fiscale ai lavoratori per cui noi ci siamo battuti. È una nostra rivendicazione che salutiamo positivamente, in attesa che la misura diventi strutturale. Detto questo, non si può pensare che il dl Irpef risolva il problema dell’impoverimento e del carico fiscale sul lavoro. C’è infatti il tema dei pensionati, sul quale abbiamo registrato una dichiarazione del presidente del Consiglio che si è impegnato a prendere provvedimenti nella legge di stabilità. E poi non bisogna dimenticare gli incapienti, quei lavoratori che percepiscono meno di 8 mila euro l’anno e che non rientrano in questa operazione. Quindi bene gli 80 euro, ma sappiamo che è solo l’inizio di una traiettoria di diversa redistribuzione del carico fiscale che è fatta da una riduzione del costo del lavoro ma anche dal riequilibrio sul fronte della tassazione dei grandi patrimoni».

Da un lato l’impoverimento, dall’altro la disoccupazione schizzata al 13,6%. La Cgil ha però bocciato il decreto Poletti. Perché?

«Il decreto Poletti è sbagliato. Il sistema produttivo italiano ha bisogno di know how , di competenze e qualità. Questo si traduce nell’investire in capitale umano. Abbiamo trovato quella scelta sulla liberalizzazione dei contratti a termine una soluzione contraddittoria con le stesse dichiarazioni di questo governo che aveva parlato di contratto unico e di diminuzione della precarietà. Purtroppo nell’azione del governo vediamo sempre più sparire l’idea del contratto a tutele crescenti e un moltiplicarsi del precariato».

Il governo ha però precisato che il dl Poletti è solo un primo passo. La “rivoluzione”, quella vera, dovrebbe arrivare con la legge delega che conterrà il Jobs act.

«Al momento vedo solo grandi contraddizioni. Non si ottengono i risultati sperati se, al contratto unico a tutele crescenti, si affiancano altre forme che favoriscono la precarietà. Sul tema degli ammortizzatori, poi, bisogna ricordare che noi abbiamo un’emergenza in corso: al momento mancano gli stanziamenti per la cassa integrazione in deroga di parte del 2013 e per l’anno in corso. Il che si traduce con un ricorso crescente alla mobilità e ai licenziamenti. Visto poi che la disoccupazione continua a salire, forse sarebbe bene affrontare queste emergenze prima che si trasformino in nuovo aumento di coloro che cercano lavoro . Noi immaginiamo un sistema universale di ammortizzatori fondato su due pilastri: da un lato la cassa integrazione, con le opportune modifiche per superare quella in deroga, e dall’altro l’indennità di disoccupazione. I segnali che però continuano ad arrivare dal governo sono preoccupanti. Non si può immaginare un sistema di tutela universale, esteso anche ai precari, se insieme al contributo che si chiede a imprese e lavoratori, non sia coinvolta la fiscalità generale. È difficile discutere di una materia complicata seguendo affermazioni rilasciate qua e là senza vedere proposte concrete».

Come risponde a chi accusa la Cgil di aver protetto poco i precari e molto i tutelati?

«È paradossale che gli autori della legislazione che ha precarizzato il mondo indichino in noi i colpevoli. Quella legislazione era sbagliata, noi l’abbiamo contrastata e se c’è una critica che deve esserci rivolta è che, oltre al contrasto di quelle norme, dovevamo ottenere una capacità contrattuale che includesse i precari che invece non abbiamo ottenuto. Ma chi ha costruito il danno non può accusare altri».

Dal lavoro alla Pa. Il governo ha annunciato la “rivoluzione” entro il 13 giugno. La strada è giusta?

«Ho la sensazione che ci si attardi molto a parlare di tagli di lavoratori ma non del nodo fondamentale. E cioè della struttura della Pa che, non essendo né lineare né trasparente, favorisce inefficienza e a volte corruzione. Sulla riforma annunciata, per il momento abbiamo solo indicazioni generiche. Il quadro non è chiaro, e per noi resta un elemento di curiosità anche il contenuto delle decine di migliaia di mail che il governo avrebbe ricevuto dagli statali. Non sappiamo se e da chi sono state lette e valutate le proposte, quali siano state scartate, se è stata fatta una sintesi e con quali criteri e attraverso quali modalità si determinerà questa apparente forma democratica. La democrazia partecipata è altra cosa, a cominciare dalla partecipazione. Per ora, la sensazione è che si tratta di discorsi non all’altezza del dibattito di cui ci sarebbe bisogno. Concentrare tutta l’attenzione sui tagli del personale senza pensare alla riorganizzazione della Pa mi sembra una forma di continuità con il passato e non una prova di coraggio».

Capitolo Rai: sullo sciopero proclamato per l’11 giugno il sindacato è spaccato. Crede che sia ancora il caso di protestare contro i tagli?

«Le ragioni per cui chiediamo di scioperare ci sono tutte. Si parla sempre di grandi nomi, cosa che accentua le polemiche. Ma la Rai non è solo grandi firme, ci sono tecnici, montatori e operai che ogni giorno la portano avanti. Molti di questi sono precari che in passato hanno più volte denunciato come l’esternalizzazione delle trasmissioni abbia svalutato le competenze interne e fatto crescere i costi. Non si può intaccare il patrimonio pubblico. È giusto riorganizzare ma il modo che si è scelto indebolisce il valore dell’azienda».

Non crede che difendere la Rai possa rendere impopolare la Cgil?

«Bisogna imparare a distinguere. Noi difendiamo il servizio pubblico. Per difenderlo bisogna cambiare la governance, cosa che chiediamo da anni. Non si racconti che il problema sono i dipendenti Rai, perché ci sono migliaia di consulenze che non hanno ragione di essere. Serve un sistema pubblico organizzato ed efficiente e non una Rai fatta di esternalizzazione e precariato. Non si può distruggere il patrimonio delle aziende italiane nel nome di una forviante privatizzazione che appare fonte di risorse nel breve periodo ma che alla lunga si traduce in costi maggiori e in un depauperamento degli asset strategici del Paese».

Fonte: Il Secolo XIX

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