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Blocco degli stipendi, Graziella Nardini: chi è la signora che fa tremare il governo

Si chiama Graziella Nardini. Ha 58 anni, un marito, un figlio, e soprattutto un lavoro: è assistente giudiziaria presso il tribunale di Ravenna. Lavora all’ufficio economato, ha 19 anni di anzianità, è inquadrata al V livello e porta a casa 1.400 euro al mese, netti, «compresi gli 80 euro elargiti da Renzi».
E’ lei la pericolosa avversaria dei conti pubblici italiani, stando all’allarme rosso lanciato ieri nientemeno che dall’avvocatura dello Stato: una maggiore spesa di 35 miliardi di euro per sanare il passato, più altri 13 miliardi l’anno a partire dal 2016, travolgerà il Paese se la Corte costituzionale (nella foto una immagine della sede), il prossimo 23 giugno, accoglierà il ricorso «Nardini + 59» contro il blocco degli stipendi nella Pubblica Amministrazione. Ossia il ricorso che proprio Graziella, segretaria ravennate della federazione Confsal-Unsa, uno dei  sindacati autonomi più forti tra i dipendenti del ministero della Giustizia, ha presentato insieme ad altri 59 colleghi.

STRETTAMENTE PERSONALE In pratica, tutto il personale in servizio al tribunale di Ravenna ha fatto causa al datore di lavoro, il ministero della Giustizia, sostenendo l’incostituzionalità del blocco degli stipendi e della contrattazione deciso dal governo di Silvio Berlusconi per gli anni 2011-2013, prorogato per il 2014 dal governo di Enrico Letta e poi di nuovo per il 2015 dal governo di Matteo Renzi. Ricorsi perfettamente uguali a quello di Ravenna sono stati presentati in altri 80-90 tribunali italiani, a partire da quello di Milano, dove lo scoperto dell’organico ha raggiunto quasi il 50 per cento.

STIPENDI BLOCCATI Spiega Graziella Nardini, dal suo punto di vista: «Oggi è di moda dare addosso ai dipendenti pubblici, noti fannulloni che rubano lo stipendio, ma nessuno sa in quali condizioni ci troviamo a lavorare. Gli stipendi sono bloccati al 2009, e non sono certo da favola: il livello più basso, l’usciere-commesso, porta a casa circa 1.000 euro al mese. Gli straordinari non vengono pagati, i cancellieri aspettano ancora le indennità di udienza dal 2013, il fondo incentivante è fermo, l’informatizzazione è una favola…» Non solo: «Dal 2010 c’è il blocco del turn over, col risultato che, solo al tribunale di Ravenna, da un centinaio di dipendenti ci siamo ridotti a una sessantina. La forza lavoro si è quasi dimezzata, mentre il carico di lavoro per chi è rimasto in servizio è esattamente raddoppiato. In cambio, però, nessun riconoscimento e nessuna progressione di carriera».

GIUSTIZIA A CORTE Tutti elementi che hanno spinto il giudice del lavoro del tribunale di Ravenna, Roberto Riverso, a dichiarare «rilevante e non manifestamente infondata» la tesi di incostituzionalità del blocco stipendiale sollevata dai lavoratori e dal sindacato, investendo la Consulta della questione con l’ordinanza numero 125 del 28 febbraio 2014. Dopo 16 mesi, finalmente, alla Corte si terrà l’udienza: relatrice sarà Silvana Sciarra, docente di diritto del lavoro al Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, eletta alla Corte grazie ai voti dei Cinque Stelle. Per intenderci: la stessa giurista che è stata relatrice della sentenza-bomba con cui la Consulta ha dichiarato incostituzionale il blocco della perequazione sulle pensioni superiori a tre volte il minimo Inps.

ALLARME GENERALE Quella sentenza ha scatenato il panico nel governo (avrebbe dovuto cacciare 19 miliardi per i rimborsi, ma Renzi si è poi inventato un «bonus» parziale su cui pioveranno inevitabilmente altri ricorsi), ma ancora peggiore è stato l’allarme scattato alla Ragioneria generale dello Stato in vista di una nuova, possibile sconfitta sul fronte del blocco stipendi. Dalla ragioneria all’Avvocatura, perciò, sono arrivati conti allarmatissimi sul possibile costo di una eventuale sentenza di incostituzionalità, e questi conti sono finiti dritti nella memoria depositata ieri dall’avvocato Vincenzo Rago: «L’onere conseguente alla contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi di euro, con un effetto strutturale di circa 13 miliardi di euro, a decorrere dal 2016».

CON TANTE STIME Per Graziella, come per la Confsal-Unsa, le stime sono ben diverse. I dipendenti dell’intera pubblica amministrazione (comprese forze armate e corpi di polizia) sono 3,23 milioni e nell’anno 2013 sono costati 158,2 miliardi di euro. Secondo il sindacato, qualora la Corte costituzionale dichiarasse illegittimo il blocco degli stipendi e ordinasse la restituzione del “maltolto” a tutti quanti, il costo per gli anni 2010-2014 sarebbe pari a 10,6 miliardi di euro tenendo come riferimento il 6,7 per cento dell’Ipca, il tasso di inflazione al consumo per il periodo considerato, e a 13,6 miliardi considerando l’inflazione reale (8,6%). In entrambi i casi, però, «si tratterebbe di un costo comprensivo degli oneri previdenziali e assistenziali e delle imposte a carico del datore di lavoro». Traduzione: «per la contabilità pubblica, comporta un indebitamento netto pari alla metà delle precedenti quantificazioni».  E per il futuro? «Con i dati inflazionistici programmati nel Def (Documento economia e finanza 2014), con un’Ipca pari al 4,4 per cento per il triennio 2015-2017, avremmo un costo progressivo che, a regime nel 2017, sarebbe di circa 6,9 miliardi di euro, comprensivo degli oneri previdenziali e delle imposte a carico del datore di lavoro» fa sapere via comunicato il segretario generale del Confsal-Unsa Massimo Battaglia.

GIUDICI O CONTABILI Ma se le cifre sono davvero queste, perché tanto allarmismo da parte della Ragioneria dello Stato? «A noi questa sembra una strategia ben precisa, tesa a condizionare la Corte Costituzionale e indurla ad emettere una sentenza in cui il principio politico-economico del “pareggio di bilancio”, articolo 81 della Costituzione, abbia il sopravvento, senza alcun bilanciamento, sugli interessi dei lavoratori. Ma avrà pure un significato il fatto che gli articoli a tutela del lavoro e dei lavoratori siano nella prima parte della Costituzione, quali diritti fondamentali, mentre l’articolo 81 si trova nella seconda parte. E non è un caso che l’articolo 1 reciti “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, anzichè sul pareggio di bilancio» riflette Pasquale Lattari, l’avvocato che assiste «Graziella Nardini + 59» e il suo sindacato. «Questa non è solo una questione di soldi e di carriere, ma di rispetto della Costituzione. E nessuno se ne accorge». Quanto a lei, Graziella, non si fa impressionare: «I giudici devono fare i giudici, non i contabili» dice. «Se cominciano a ragionare in termini di eventuali costi delle sentenze, possiamo cancellare la parola “giustizia” dal vocabolario italiano».

Fonte: Il Fatto quotidiano

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