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Al tavolo dei pubblici parte il dopo-Brunetta

Primo passo verso la revisione della legge Brunetta, soprannominata «anti-fannulloni». Inizierà domani pomeriggio il confronto di merito sui rapporti di lavoro per i pubblici dipendenti. Da una parte del tavolo Stato, Comuni, Province e Regioni. Dall’altra i sindacati, i quali si aspettano un proposta scritta dell’esecutivo su modello contrattuale, flessibilità in entrata e in uscita. Oggi l’appuntamento diventa anche occasione per attuare quello che prevede la riforma del mercato del lavoro Monti-Fornero, che prevede «eventuali adeguamenti» (così il testo) del settore pubblico. Già il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche sull’eventuale estensione della «libertà di licenziare» (per dirla con la Cgil) anche nel pubblico impiego. La materia è molto delicata, proprio per la pecularità della figura del dipendente pubblico, che in base alla Costituzione deve essere assunto per concorso e garantire i servizi indipendentemente dalla politica. «La pubblica amministrazione non è un’azienda – spiega Michele Gentile, coordinatore del dipartimento della Funzione pubblica della Cgil – Il pubblico non fallisce, né può chiudere per ragioni economiche». Semmai sono altri i veri nodi della trattativa, che non si presenta facile. Per il sindacato bisognerà partire dalla flessibilità in entrata, passare per gli ammortizzatori e solo alla fine arrivare alle uscite: così come si sarebbe dovuto fare per la trattative per i privati. Ma anche in questo caso il percorso è disseminato di ostacoli. In un settore con il blocco del turn-over che dura da oltre dieci anni, ha un senso parlare di flessibilità in entrata. Per la verità finora c’è stata solo la prima, e mai la seconda. Il risultato è che ad oggi si contano 80mila tempi determinati, circa 60mila collaboratori coordinati e continuativi, 40mila atipici di altri tipi, oltre i 200mila precari della scuola. Un esercito di atipici, che hanno fornito servizi, coperto «buchi» provocati dal lungo periodo di blocco. «Si è creato una sorta di mercato del lavoro parallelo – continua Gentile – A questo punto, se è vero che l’obiettivo del governo è allargare le tutele, come si garantisce la stabilità a queste persone?». Nel mare magnum del precariato, non mancano casistiche del tutto improprie: addirittura ci sono partite Iva tra gli infermieri. «In questi casi si può davvero dire che dopo 3 anni di attività si ha l’obbligo di assumere?», si chiede ancora Gentile. Insomma, come traslare il «modello Fornero» per il pubblico? Di fatto finora con i precari si è aggirato il blocco: oggi nessuno di loro (a parte i tempi determinati) ha diritto a sostegni una volta terminato il periodo di lavoro. Se si stringono le maglie dei contratti atipici, il rischio di queste persone è essere lasciate per strada. Un altro nodo del tavolo riguarda l’altra disposizione della riforma Fornero che prevede costi aggiuntivi per chi assume atipici dell’1,4%. Per le Amministrazioni pubbliche vuol dire un aumento di spesa, che non sempre è consentito dai bilanci in sofferenza. Solo all’ultimo punto arriverebbe la flessibilità in uscita, ovvero quello che tutti conoscono come articolo 18. «Ho l’impressione che si voglia proseguire con il modello Brunetta senza Brunetta – conclude Gentile – Ovvero considerare la pubblica amministrazione equivalente al privato. Ma non è così». Già oggi i licenziamenti disciplinari esistono, per esempio, in caso di assenze ingiustificate. Il problema sorge per i motivi economici. È vero che un’amministrazione non può chiudere, ma ogni anno ha la possibilità di rivedere il suo organico. Cosa accade se diminuisce per ragioni economiche? Scatta la mobilità dei dipendenti: ai lavoratori vengono offerte posizioni in altre amministrazioni o in altre città. Se si accetta l’offerta, tutto bene. Altrimenti si viene sospesi con una retribuzione pari al 70% dello stipendio per due anni (una sorta di cig) e poi si viene licenziati. Come dire: le norme già esistono: sarà difficile trovare soluzioni diverse in nome di una riforma pensata per il privato.

Fonte: l'Unità

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