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A rischio il tetto agli stipendi pubblici

L’avventura del tetto agli stipendi dei manager pubblici potrebbe rivelarsi più complicata del previsto.
Il decreto del presidente del Consiglio (Dpcm), che attua l’articolo 23-ter del decreto «salva-Italia» e che è stato messo a punto a tempo di record dal premier Mario Monti, difficilmente uscirà dal Parlamento identico a come è arrivato.
Complici i rilievi mossi dalla commissione Bilancio della Camera e dai tecnici del Senato.
Due i profili più a rischio del provvedimento che fissa a 304mila euro la soglia massima di retribuzione nelle Pa centrali: la sua applicabilità ai contratti in corso e l’estensione ai membri delle Authority.
Nel dare il suo sì al Dpcm la commissione Bilancio di Montecitorio ha formulato una serie di osservazioni al Governo su alcuni punti fondamentali dell’impalcatura.
A cominciare dai destinatari.
Oltre a chiedere di estendere l’applicazione del decreto anche a Regioni, Enti locali e Asl, i senatori sottolineano la necessità di verificare se può riguardare «i contratti già stipulati e gli incarichi già conferiti, al fine di evitare i prevedibili contenziosi».

Su questo punto ha dei dubbi anche il Servizio studi del Senato.
In un dossier pubblicato nei giorni scorsi i tecnici hanno evidenziato come l’applicazione del tetto – pari allo stipendio del primo presidente della Cassazione – ai funzionari in sella o ai nuovi occupanti di posizioni già esistenti non sia del tutto conciliabile con il divieto di reformatio in peius sancito dalla giurisprudenza costituzionale.
Ma le loro perplessità investono anche, da un lato, la legittimità della norma che estende il suo ambito ai componenti delle Authority visto che l’articolo 23-ter non li citava.
E, dall’altro, il limite del 25% dello stipendio proveniente da altri incarichi che i manager potranno mantenere.
Varrà – si chiede il dossier – per ogni singolo incarico o cumulativamente?
Di tutti questi appunti dovranno tenere conto le commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera chiamate a dare il loro parere sul testo che dovrà poi tornare a Palazzo Chigi per il via libera definitivo.
Che il loro compito sia tutt’altro che facile lo dimostra anche la decisione di prendersi 10 giorni in più per il responso.
Nel frattempo gli stipendi dei grand commis in servizio potrebbero anche essere resi pubblici.
Una richiesta in tal senso è stata avanzata ieri dal capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che ne ha auspicato la pubblicazione online sui siti delle Pa di appartenenza entro martedì prossimo, in coincidenza con la data prevista per l’operazione-trasparenza sui ministri.
Una proposta a cui il titolare della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, si è riservato di fornire una risposta.

Fonte: Il Sole 24Ore

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